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Tuesday, 11 October 2011

A draught of sunshine (John Keats)















.I've taken these pictures the day before Quentin went back to Belgium. It was still super hot, and I find myself missing and craving already the feeling of the burning sun on my back! I wish it would be September all year round. There is nothing better than basking in the sun without burning or melting, just making the most of the sun rays while taking long walks (or bicycle rides, a pleasure we just recently re-discovered!) in the countryside. I understand why most of Italians were so relieved when the temperatures fell (not that they are not complaining already about the cold...), with the heath wave being so long and all, but honestly (selfishly) I couldn't have cared less. 30 degrees make me happy. Always.
.Yes, those shoes and that bag again. On the one hand it's because I obviously don't travel with my whole wardrobe with me, but on the other hand, those shoes are just so comfy and cute, and that bag practically goes with everything! Besides, here's my lovely little Casio in action. Took me a while to figure how to get the settings right, but that's probably cos I'm dumb (and I was watching Dawson's Creek while doing it, ehm.). I've been asking everyone to ask me what time it is, such a show off.
.I had promised myself that after my E.L.F. and my Bottega Verde shopping sprees I would stop buying make up for a while (let's say, a couple of years?). That's why I just got myself some brand new Kiko goodies. I'm a sucker for special offers and discounts.
.I am totally engrossed with the book on English literature I was offered. I re-discovered my love for Shelley, Coleridge, Wordsworth and obviously the misters Keats and Byron. I was certainly born in the wrong century (tho I don't know how long I would have lasted without Ibuprofene and Paracetamol...). Here's one of my favorite Keats poems; hope it touches you as much as it touches me.

A draught of sunshine


Hence Burgundy, Claret, and Port, 

Away with old Hock and madeira, 
Too earthly ye are for my sport; 
There's a beverage brighter and clearer. 
Instead of a piriful rummer, 
My wine overbrims a whole summer; 
My bowl is the sky, 
And I drink at my eye, 
Till I feel in the brain 
A Delphian pain - 
Then follow, my Caius! then follow: 
On the green of the hill 
We will drink our fill 
Of golden sunshine, 
Till our brains intertwine 
With the glory and grace of Apollo! 
God of the Meridian, 
And of the East and West, 
To thee my soul is flown, 
And my body is earthward press'd. - 
It is an awful mission, 
A terrible division; 
And leaves a gulph austere 
To be fill'd with worldly fear. 
Aye, when the soul is fled 
To high above our head, 
Affrighted do we gaze 
After its airy maze, 
As doth a mother wild, 
When her young infant child 
Is in an eagle's claws - 
And is not this the cause 
Of madness? - God of Song, 
Thou bearest me along 
Through sights I scarce can bear: 
O let me, let me share 
With the hot lyre and thee, 
The staid Philosophy. 
Temper my lonely hours, 
And let me see thy bowers 
More unalarm'd! 


John Keats



I was wearing:
H&M basic t-shirt,
Meltin'Pot jeans,
New Look brogues,
Primark satchel bag,
Vintage sunglasses.

Tuesday, 28 June 2011

And forget me, for I can never be thine!


La sera del 9 giugno, sul punto di separarsi da Andrea, ella cercava un suo guanto smarrito. Nel cercare, ella vide sopra un tavolo il libro di Percy Bysshe Shelley, il medesimo volume che Andrea le aveva prestato al tempo di Schifanoja, il volume in cui ella aveva letto la Recollection prima della gita a Vicomìle, il caro e triste volume in cui ella aveva segnato con l’unghia i due versi:

And forget me, for J can never
Be thine!

Ella lo prese, con una commozione visibile; lo sfogliò; trovò la pagina, i segni dell’unghia, i due versi.
― Never! ― mormorò, scotendo il capo. ― Ti ricordi? E son passati otto mesi appena!
Restò un poco pensosa; sfogliò ancóra il libro; lesse qualche altro verso.
― È il nostro poeta ― soggiunse. ― Quante volte m’hai promesso di condurmi al cimitero inglese! Ti ricordi? Dovevamo portare i fiori al sepolcro... Vuoi che andiamo? Conducimi prima ch’io parta. Sarà l’ultima passeggiata.
[...]


Maria sentiva in fondo all’anima ch’ella non andava soltanto a portar fiori sul sepolcro d’un poeta ma che andava a piangere, in quel luogo di morte, qualche cosa di sè, irreparabilmente perduta. Il frammento di Percy, letto nella notte, nell’insonnio, le risonava in fondo all’anima, mentre guardava i cipressi alti nel cielo, oltre la muraglia imbiancata.
“La Morte è qui, e la Morte è là; da per tutto la Morte è all’opera; intorno a noi, in noi, sopra di noi, sotto di noi è la Morte; e noi non siamo che Morte.
“La Morte ha messo la sua impronta e il suo suggello su tutto ciò che noi siamo, e su tutto ciò che sentiamo e su tutto ciò che conosciamo e temiamo.
“Da prima muojono i nostri piaceri, e quindi le nostre speranze, e quindi i nostri timori; e quando tutto ciò è morto, la polvere chiama la polvere e noi anche moriamo.
“Tutte le cose che noi amiamo ed abbiam care come noi stessi devono dileguarsi e perire. Tale è il nostro crudele destino. L’amore, l’amore medesimo morirebbe, se tutto il resto non morisse...„
Varcando la soglia, ella mise il suo braccio sotto quello di Andrea, presa da un piccolo brivido.
Il cimitero era solitario. Alcuni giardinieri davano acqua alle piante, lungo la muraglia, facendo oscillare l’inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in silenzio. I cipressi funebri s’inalzavano diritti ed immobili nell’aria: soltanto le loro cime, fatte d’oro dal sole, avevano un leggero tremito. Tra i fusti rigidi e verdastri, come di pietra tiburtina, sorgevano le tombe bianche, le lapidi quadrate, le colonne spezzate, le urne, le arche. Dalla cupa mole dei cipressi scendevano un’ombra misteriosa e una pace religiosa e quasi una dolcezza umana, come dal duro sasso scende un’acqua limpida e benefica. Quella regolarità costante delle forme arboree e quel candor modesto del marmo sepolcrale davano all’anima un senso di riposo grave e soave. Ma in mezzo ai tronchi allineati come le canne sonore d’un organo e in mezzo alle lapidi, gli oleandri ondeggiavano con grazia, tutti invermigliati di fresche ciocche fiorite; i rosai si sfogliavano ad ogni fiato di vento, spargendo su l’erba la loro neve odorante; gli eucalipti inchinavano le pallide capellature che or sì or no parevano argentee; i salici versavano su le croci e su le corone il loro pianto molle; i cacti qua e là mostravano i magnifici grappoli bianchi simili a sciami dormienti di farfalle o a manipoli di rare piume. E il silenzio era interrotto a quando a quando dal grido di qualche uccello disperso.
[...] Era vestita di nero; portava un velo nero sul viso, che le giungeva fino al labbro superiore; e il suo sorriso tenue tremolava sotto l’orlo nero, si ombrava come d’un’ombra di lutto. Il suo mento ovale era più bianco e più puro delle rose ch’ella portava in mano.
Accadde che, mentre ella si volgeva, una rosa si sfogliò. Andrea si chinò a raccogliere le foglie sul sentiero, innanzi a’ piedi di lei. Ella lo guardava. Egli posò i ginocchi a terra, dicendo:
― Adorata!
Un ricordo sorse a lei nello spirito, evidente come una visione.
― Ti ricordi ― ella disse ― quella mattina, a Schifanoja, quando io ti gettai un pugno di foglie, dalla penultima terrazza? Tu t’inginocchiasti sul gradino, mentre io discendevo... Quei giorni, non so, mi pajono tanto vicini e tanto lontani! Mi pare d’averli vissuti ieri, d’averli vissuti un secolo fa. Ma forse li ho sognati?
Giunsero, tra le siepi basse di mirto, fino all’ultimo torrione a sinistra dov’è il sepolcro del poeta e del Trelawny. Il gelsomino, che s’arrampica per l’antica rovina, era fiorito; ma delle viole non rimaneva che la folta verdura. Le cime dei cipressi giungevano alla linea dello sguardo e tremolavano illuminate più vivamente dall’estremo rossor del sole che tramontava dietro la nera croce del Monte Testaccio. Una nuvola violacea, orlata d’oro ardente, navigava in alto verso l’Aventino.
“Qui sono due amici, le cui vite furono legate. Che anche la loro memoria viva insieme, ora ch’essi giacciono sotto la tomba; e che l’ossa loro non sieno divise, poichè i loro due cuori nella vita facevano un cuor solo: for their two hearts in life were single hearted!„

Maria ripetè l’ultimo verso. Poi disse ad Andrea, mossa da un pènsier delicato:
― Scioglimi il velo.
E gli si appressò arrovesciando un poco il capo perchè egli le sciogliesse il nodo su la nuca. Le dita di lui le toccavano i capelli, i meravigliosi capelli che, quando erano sparsi, parevano vivere come una foresta, di una vita profonda e dolce; all’ombra de’ quali egli aveva tante volte assaporata la voluttà de’ suoi inganni e tante volte evocata un’imagine perfida. Ella disse:
― Grazie.
E si tolse il velo di su la faccia, guardando Andrea con occhi un poco abbagliati. Ella appariva molto bella. Il cerchio intorno le occhiaje era più cupo e più cavo, ma le pupille brillavano d’un fuoco più penetrante. Le ciocche dense de’ capelli aderivano alle tempie, come ciocche di giacinti bruni, un po’ violetti. Il mezzo della fronte, scoperto, libero, splendeva nel contrasto, d’un candor quasi lunare. Tutti i lineamenti s’erano affinati, avevano perduto qualche parte della loro materialità, alla fiamma assidua dell’amore e del dolore.
Ella avvolse al velo nero gli steli delle rose, annodò le estremità con molta cura; poi aspirò il profumo, quasi affondando il viso nel fascio. E poi depose il fascio su la semplice pietra ov’era inciso il nome del poeta. E il suo gesto ebbe una indefinibile espressione, che Andrea non potè comprendere.
Seguitarono innanzi per cercare la tomba di John Keats, del poeta d'Endymion.
Andrea le domandò, soffermandosi a riguardare indietro, verso il torrione:
― Come le hai avute, quelle rose?
Ella gli sorrise ancora, ma con gli occhi umidi.
― Sono le tue, quelle della notte di neve, rifiorite stanotte. Non ci credi?
Si levava il vento della sera; e il cielo, dietro la collina, era tutto d’un color diffuso d’oro in mezzo a cui la nuvola discioglievasi come consunta da un rogo. I cipressi in ordine, su quel campo di luce, erano più grandiosi e più mistici, tutti penetrati di raggi e vibranti nei culmini acuti. La statua di Psiche in cima al viale medio aveva assunto un pallore di carne. Gli oleandri sorgevano in fondo come mobili cupole di porpora. Su la piramide di Cestio saliva la luna crescente, per un ciel glauco e profondo come l’acqua d’un golfo in quiete.

Essi discesero, lungo il viale medio, fino al cancello. I giardinieri ancora davan acqua alle piante, sotto la muraglia, facendo oscillare l’inaffiatoio con un movimento continuo ed eguale, in silenzio. Due altri uomini, tenendo per i lembi una coltre mortuaria di velluto e d’argento, la sbattevano forte; e la polvere metteva un luccichio spandendosi. Giungeva dall’Aventino un suono di campane.
Maria si strinse al braccio dell’amante, non reggendo più all’angoscia, sentendosi ad ogni passo mancare il suolo, credendo di lasciare su la via tutto il suo sangue. E, appena fu nella carrozza, ruppe in lacrime disperate, singhiozzando su la spalla dell’amante:
― Io muoio.
Ma ella non moriva. E sarebbe stato meglio, per lei, s’ella fosse morta.

Il Piacere,  Gabriele D'Annunzio

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